Uscito dall’hotel con Alessandra, Kyoto si svegliava con quella lentezza rituale che la caratterizza. Era il mio primo viaggio in Giappone e nella mia testa scorrevano le immagini di Moriyama, le geometrie perfette dei templi, i vicoli fotografati un milione di volte. Ero determinato a evitare lo stereotipo: niente inquadrature frontali, niente simmetrie facili.
Non cercavo nulla di preciso. Osservavo con occhi critici, rifiutando mentalmente ogni scena “già vista”. Alessandra invece si muoveva senza filtri. Si fermava davanti alle botteghe, sorrideva alle persone, fotografava con il telefono ciò che la colpiva.
“Perché non lo fotografi?” mi chiedeva indicando scene che scartavo perché troppo evidenti, troppo turistiche. Ho iniziato a seguirla, quasi controvoglia. Lei non aveva paura dello stereotipo, non cercava originalità forzata. Fotografava ciò che vedeva, semplicemente.
Gradualmente ho fatto lo stesso – mantenendo il mio stile, ma lasciando che Kyoto si mostrasse per quello che è, non per come volevo che fosse diversa.
“Cosa cerchi davvero?” mi ha chiesto al mercato di Nishiki. “Qualcosa di originale,” le ho risposto. “Ma forse l’originalità sta nel modo in cui guardi, non in cosa scegli di guardare.”
Aveva ragione. Kyoto non si lascia reinventare. È fatta di gesti quotidiani ripetuti da secoli, scene che migliaia di fotografi hanno già catturato. Ma ogni sguardo è unico, ogni momento irripetibile.
Quando ho rivisto gli scatti, mi sono piaciuti. Erano molto simili allo stile dei fotografi giapponesi che ammiro, e questo non era più un problema. A distanza di mesi, rappresentano perfettamente quei giorni: non originali nel soggetto, ma autentici nello sguardo.