La Sardegna esercita su di me un grande fascino, un mondo cristallizzato nel tempo, dove ogni cosa è archetipo: le asperità dei monti, i lineamenti delle persone, gli odori forti ed aspri di piante antiche, il sale di un mare profondo come l’anima che pietre lunari contengono a stento. Qui, tutto assume significati primordiali, più umani e dimenticati altrove.
Le spiagge di paese, come quella di quella di San Giovanni, Posada, non sono le spiagge che il turista di solito cerca, mantengono la stessa bellezza, ma nascondono altro, sono occasioni di ritrovo, spazi comuni in cui consolidare rapporti o farne nascere di nuovi, una rete affettiva e di supporto per tutti: le giovani madri, gli anziani, i bambini che giocano insieme e chiunque abbia voglia di condividere cibo e vino.
La stessa partecipazione si ritrova nelle feste paesane che nonostante siano aperte ai turisti nascono soprattutto per gli abitanti che le organizzano con entusiasmo. Tutti sono coinvolti ed antichi giochi, danze e canti vengono tenuti in vita dai ragazzi e ragazze.
Per me fra le tante tradizioni ha un posto speciale il gioco della Murra, chiamata nel resto d’Italia Morra. Gioco antichissimo, già conosciuto dagli antichi Romani come Nobilissimus digitorum ludus (prestigioso gioco delle dita). Per secoli è stata fonte di risse e morti, tanto da renderla illegale come gioco d’azzardo dalle leggi fasciste del 1931, oggi sono permessi solo tornei ufficiali, ma quasi dappertutto gli isolani trasgrediscono questo ormai anacronistico divieto e appena vedi un gruppetto di persone, vecchi e giovani, in circolo sai che stanno giocando; ogni numero, ogni punto è cantato in dialetto e sembra quasi che le anime di antichi pastori riprendano corpo nei volti appassionati dei ragazzi.