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Kyoto: tra Moriyama e la realtà

Il dilemma di fotografare una città senza cedere allo stereotipo
Gian Maria Rosso

25 Marzo 2026

18 Febbraio 2026

Kyoto

Ogni fotografo arriva in un nuovo luogo con un bagaglio di immagini già viste. A Kyoto il mio conflitto non era trovare cosa fotografare, ma evitare di replicare le migliaia di foto che avevo studiato prima di partire.

Uscito dall’hotel con Alessandra, Kyoto si svegliava con quella lentezza rituale che la caratterizza. Era il mio primo viaggio in Giappone e nella mia testa scorrevano le immagini di Moriyama, le geometrie perfette dei templi, i vicoli fotografati un milione di volte. Ero determinato a evitare lo stereotipo: niente inquadrature frontali, niente simmetrie facili.

Non cercavo nulla di preciso. Osservavo con occhi critici, rifiutando mentalmente ogni scena “già vista”. Alessandra invece si muoveva senza filtri. Si fermava davanti alle botteghe, sorrideva alle persone, fotografava con il telefono ciò che la colpiva.

“Perché non lo fotografi?” mi chiedeva indicando scene che scartavo perché troppo evidenti, troppo turistiche. Ho iniziato a seguirla, quasi controvoglia. Lei non aveva paura dello stereotipo, non cercava originalità forzata. Fotografava ciò che vedeva, semplicemente.

Gradualmente ho fatto lo stesso – mantenendo il mio stile, ma lasciando che Kyoto si mostrasse per quello che è, non per come volevo che fosse diversa.

“Cosa cerchi davvero?” mi ha chiesto al mercato di Nishiki. “Qualcosa di originale,” le ho risposto. “Ma forse l’originalità sta nel modo in cui guardi, non in cosa scegli di guardare.”

Aveva ragione. Kyoto non si lascia reinventare. È fatta di gesti quotidiani ripetuti da secoli, scene che migliaia di fotografi hanno già catturato. Ma ogni sguardo è unico, ogni momento irripetibile.

Quando ho rivisto gli scatti, mi sono piaciuti. Erano molto simili allo stile dei fotografi giapponesi che ammiro, e questo non era più un problema. A distanza di mesi, rappresentano perfettamente quei giorni: non originali nel soggetto, ma autentici nello sguardo.

Ho imparato che fotografare non significa fuggire dalle influenze, ma accettarle e farle proprie. A volte la foto migliore è quella che accetti di scattare, anche se assomiglia a mille altre. L’autenticità non sta nell’essere diverso, ma nell’essere onesto con il proprio modo di vedere.

AUTORE

Gian Maria Rosso

“Immortalare un viaggio significa portare a casa non solo immagini, ma emozioni che rivivono ogni volta che le osservi. È questo che insegno: trasformare istanti in storie visive autentiche, quelle che raccontano davvero ciò che i nostri occhi hanno visto. Con Alessandra esploro le strade di Napoli e Tokyo, catturando il ritmo urbano e i dettagli che sfuggono allo sguardo distratto, ma anche la maestosità della vita se…
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