31 Gennaio 2026
10 Gennaio 2026
Sarajevo
La guerra in Bosnia ed Erzegovina, tra il 1992 e il 1995, ha lasciato oltre 100.000 morti, più di un milione di sfollati e una città, Sarajevo, sottoposta all’assedio più lungo della storia moderna. Ma questo lavoro non nasce dal desiderio di raccontare numeri, date. Nasce dal bisogno di ascoltare la vera storia: quella vissuta sulla pelle delle persone.
Mentre Sarajevo era sotto le bombe, io vivevo a Manfredonia, una tranquilla città affacciata sull’Adriatico. Lo stesso mare che ci univa sembrava renderci ciechi. La guerra era vicina, eppure distante, immagini sgranate e notizie incapaci di restituire la disperazione quotidiana di un popolo assediato. Da allora è rimasta una domanda irrisolta: come poteva accadere tutto questo così vicino a noi?
Arrivare a Sarajevo non è stato solo un viaggio, ma un viaggio nella memoria. Con Nermin, scrittore e testimone diretto dell’assedio, ho iniziato a leggere la città come un corpo ferito: edifici crivellati, scheletri di cemento, e le “rose di Sarajevo”, cicatrici sull’asfalto riempite di resina rossa, segni indelebili di vite spezzate.
Dall’alto di un edificio abbandonato ho compreso l’orrore dello sniper, figura invisibile ma onnipotente, capace di decidere chi potesse vivere o morire. Ancora più difficile da accettare è stata la scoperta del cosiddetto “Safari di Sarajevo”: civili trasformati in prede, uccisi per divertimento, secondo una logica disumana che riduceva la vita a una tariffa.
Ma questo lavoro vive soprattutto nei volti incontrati. Muniba e Huso Gerin, che convivono con l’assenza del figlio Nedžad. Veldine Cacan Bulić, parrucchiera che durante l’assedio offriva gratuitamente un gesto di normalità. Un ex comandante che oggi custodisce la memoria e afferma che la Bosnia appartiene a chi la ama. Sanja, la “bambina con due famiglie”, figlia di un matrimonio misto, per la quale esiste una sola distinzione: tra chi è buono e chi è cattivo.
A Potočari, nel trentesimo anniversario del genocidio di Srebrenica, ho incontrato una donna sopravvissuta per un caso del destino: un malore le salvò la vita, mentre cinquantuno membri della sua famiglia venivano uccisi. La fortuna di vivere, il peso di ricordare.
Alla fine di questo viaggio ho compreso che non sono state le rovine, né i luoghi della guerra, a segnarmi di più, ma le persone. I loro sguardi, le pause nei racconti, i silenzi più delle parole. Ogni incontro è stato un frammento di umanità restituita: genitori che convivono con un’assenza eterna, donne capaci di trasformare il dolore in cura, uomini che custodiscono la memoria non per odio, ma per responsabilità verso il futuro.Conoscere le loro storie ha significato entrare in una dimensione dove il tempo non cancella, ma stratifica. Dove la sofferenza non è mai esibita, ma portata con dignità.
In Bosnia ho incontrato persone che, nonostante tutto, hanno scelto di restare umane, di non farsi definire solo dalla guerra, ma dalla capacità di ricordare senza smettere di vivere.
L’eredità più profonda lasciatami da chi mi ha aperto la propria vita: un invito a non dimenticare, e a continuare a guardare l’altro come un essere umano, sempre.
AUTORE
Luca Collicelli




















