
La macchina fotografica non è il fine…
Considerare la macchina fotografica solo come un mezzo, senza distinzione di epoche (pellicola vs digitale, reflex vs mirrorless) di marche (Nikon vs Canon vs ecc.) e di livello (base vs prosumer vs pro), è riduttivo.
Occorre tenere in considerazione la mediazione tecnologica realizzata dalla macchina fotografica, per comprendere come lo strumento tecnologico contribuisce a determinare la percezione stessa del fotografo. Solo a questo punto arriverà l’epifania: la macchina fotografica è un abilitatore di capacità e abilità.
L’interfaccia stessa della macchina fotografica (sia hardware che software) contribuisce (insieme alle proprie capacità, alla propria sensibilità, al proprio senso del gusto ecc.) allo sviluppo della forma estetica del fotografo, e il cambio nel tempo dell’attrezzatura fotografica contribuisce all’evoluzione della forma estetica che non è di sola proprietà dell’animo umano ma è un prodotto di una relazione con un oggetto (la macchina fotografica) che umana non è (ma che è sviluppata da umani, secondo requisiti tecnici che attingono dalla necessità di svolgere la nostra arte).
Bourdieu (sociologo degli anni ’60) faceva notare già allora che “l’immaginario fotografico si fonda sul mito della macchina (questa macchina fotografica scatta belle foto)” come se il merito di un buono scatto fosse sempre da dividersi tra il fotografo e la macchina, imponendo l’obbligo morale di dichiarare il nostro limite di umani. Peccato che non si possa derubricare questo immaginario come “presuntuoso” in quanto la rilevanza della tecnologia sulla pratica fotografica è un fatto: dopotutto abbiamo iniziato a scattare a colori solo grazie a un avanzamento tecnologico, senza che questo sminuisca chi (ancora oggi) scatta in b/n.
In qualunque campo artistico deve essere riconosciuto il fatto che lo strumento (la macchina, il pennello, la penna digitale, il sintetizzatore) non è solo un mezzo, altrimenti che senso avrebbe avuto inventare tecnologie che ci permettono di fotografare con poca luce o a 30 scatti al secondo?
Ora, la macchina fotografica non si limita a fissare l’attimo rendendolo riproducibile ma anche fa sì che quell’attimo possa essere cercato, prefigurato e inquadrato, e questo lo fa in maniera diversa a seconda della tecnologia, della marca, dell’interfaccia della macchina stessa. Dopotutto (a prescindere se sia meglio o peggio) scattare la foto a un’aquila che vola viene fatto in maniera completamente diversa tra reflex e mirrorless con AF a inseguimento avanzato.
Pensate ora un attimo alla domanda (fallace): sono le armi che uccidono o le persone? Siamo sicuri che la capacità di sparare non cambierà la percezione di un uomo pacifico cui viene messa in tasca un’arma quando quest’uomo si troverà in una situazione di pericolo? Un’arma in tasca a un uomo pacifico cambierà ciò che egli potrà ritenere di dovere o volere fare.
Pensate ora al cellulare: non ci ha solo permesso di comunicare in mobilità ma ha cambiato anche ciò che diciamo (non lo dico io, lo ha detto il sociologo Marrone nel 1999). L’aggiunta di una macchina fotografica nel telefonino non ha semplicemente fatto sì che avessimo la possibilità di scattare sempre, ha semmai creato nuove occasioni e quindi nuove immagini.
Una macchina fotografica da sola non può scattare e, se pure potesse farlo, non sceglierebbe cosa riprendere. Una persona non può fissare alcunché solo con il proprio occhio. Solo quando queste due entità entrano in contatto otteniamo un essere uomo+macchina che può scattare e che vuole o deve farlo. E sono proprio le caratteristiche della macchina fotografica (il suo peso, l’impugnatura, le funzionalità, il sistema di misura e di messa a fuoco) a influenzare la costituzione di questo essere ibrido fotografo+macchina. Non è solo l’uomo o solo la macchina a importare, è la relazione tra di essi che configura la soggettività del fotografo nel suo complesso.
La macchina fotografica è ciò con cui la percezione del fotografo si costituisce, e quindi necessariamente nessuna scelta tecnica è mai innocente. La scelta tecnica della tua attrezzatura è il primo e più importante passo per definire la tua identità e visione come fotografo: l’attrezzatura definisce “cosa” puoi scattare e “come” vuoi scattarlo. Chiunque dica che l’attrezzatura non conta ti sta mentendo, perché la scelta dell’attrezzatura definisce il perimetro delle nostre possibilità espressive.
Quindi, l’evoluzione degli apparecchi fotografici è un pretesto per riflettere su com’è cambiata nel tempo la maniera di pensare l’atto fotografico. Pensate a come e cambiata nel tempo l’ergonomia delle macchine al punto che il modo di tenere in mano il corpo macchina non ha più a che fare semplicemente con la sua praticità d’uso ma anche e direi soprattutto con la maniera in cui, attraverso la macchina, il fotografo si relazionerà con ciò che lo circonda, fino al punto di influenzare cosa vorrà/potrà fotografare.
Un altro esempio: il passaggio dalla pellicola al digitale non è stato semplicemente un cambio di “medium” ma è stato un abilitatore che ha dischiuso possibilità progettuali che hanno permesso fotografie che non sarebbero mai state possibili.
Vi lascio quindi con una domanda: quanto le tante peculiarità che caratterizzano le tendenze fotografiche contemporanee sono il frutto di un mutato gusto estetico o piuttosto della maniera in cui le forme innovative degli apparecchi hanno “suggerito” nuove modalità di concezione dell’immagine?
AUTORE
Giovanni Stoto
