Metà di queste foto sono di notte: colori accesi, luci bruciate, tutto un po’ mosso. Le facevo perché mi piacevano, le avevo viste altrove, le stavo assimilando senza nemmeno accorgermene. Non è una colpa da cui difendersi: è così che nasce chiunque prenda in mano una macchina fotografica. Prima di avere uno sguardo tuo, hai solo quello che la società ti ha insegnato a considerare una buona foto (il tramonto perfetto, il neon che buca il buio, l’inquadratura che hai già visto mille volte e che per questo riconosci come “bella” ancora prima di capire perché). Tutti partiamo dalla foto cartolina. È l’unico linguaggio che ci hanno dato in mano all’inizio.
L’altra metà di queste foto è di giorno, ferma, quasi timida: sono gli scatti di quando avevo smesso di copiare quel linguaggio e non avevo ancora trovato il mio. Non uno stile, quello arriva dopo, ed è quasi decorativo rispetto a quello che conta davvero. Quello che mi mancava era un modo di stare davanti a ciò che fotografavo. Fotografare come avevo visto fare ad altri, e fotografare da lontano, tenendomi sempre al margine della scena, erano la stessa identica timidezza travestita da due problemi diversi. Restavo sull’altro lato della strada, mai abbastanza vicino da rischiare che qualcuno guardasse indietro verso di me. Avevo paura ad avvicinarmi alle persone con la macchina in mano: paura del rifiuto, o forse solo di dover spiegare perché volevo quella foto.
E infatti l’unico vero incontro di quel viaggio non ha nessuna foto.
Ero in una tea house a Tokyo, sotto la pioggia che avevo preso tutto il giorno, stanco di arrangiarmi con un misto di giapponese e inglese pur di farmi capire da qualcuno. In quel momento mi mancava l’italiano più di quanto mi mancasse casa. A servire ai tavoli c’era una ragazza italo-giapponese. Mi ha chiesto, quasi sottovoce: ma sei italiano? Abbiamo parlato pochi minuti, era indaffarata, doveva tornare al lavoro, mi ha detto quasi scusandosi. Non ricordo il suo nome. Non ho un suo scatto, nemmeno sfocato, nemmeno rubato da lontano come tutti gli altri.
Ho ancora lo scontrino di quel giorno. Non la foto.
Ci ho pensato spesso, a questa assenza. All’inizio pensavo fosse solo un altro rimpianto, come le foto che non avevo osato fare per timidezza. Ma non è la stessa cosa. In tutte le altre occasioni ero comunque distante: guardavo, valutavo se avvicinarmi, e sceglievo di no. Qui invece non ho nemmeno fatto in tempo a pensare alla macchina fotografica. Ero già dentro la scena, per la prima volta in tutto il viaggio.
Per questo, oggi, quello scontrino non è solo un ricordo. È un monito. La prima lezione che quel viaggio mi ha messo davanti: mai più tirarsi indietro, osare di più. Non è stato l’unico episodio del genere, in quelle due settimane, ma è stato il primo, ed è rimasto il più chiaro.