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Ferdinando Scianna: la Fotografia è l’arte di chi vuole capire

Ferdinando Scianna: la Fotografia è l’arte di chi vuole capire

La visione e il pensiero di Scianna

Esistono film che ogni fotografo, a prescindere dal proprio livello tecnico, dovrebbe vedere. Non per imparare a usare una macchina fotografica, ma per imparare a guardare. Il recente docufilm su Ferdinando Scianna (trasmesso su Rai 3) è esattamente uno di questi: un viaggio attraverso la vita e le parole di un uomo che ha fatto della fotografia uno strumento di conoscenza profonda.

Nel mio ultimo video ho voluto analizzare alcuni spunti che considero vitali per chiunque oggi decida di impugnare una fotocamera con consapevolezza.

La fotografia come atto di conoscenza

“La fotografia è l’arte di chi vuole capire”. Questa frase di Scianna è il pilastro della sua intera carriera. Ma potremmo aggiungere un tassello: solo il fotografo che ha davvero voglia di conoscere può trasformare la fotografia in arte.

Spesso ci perdiamo nella diatriba su cosa sia arte e cosa no, o ci concentriamo ossessivamente sulla tecnica. Scianna ci riporta all’essenziale: la macchina fotografica serve a raccontare storie, non semplicemente a documentare fatti. C’è una differenza sottile ma abissale tra la documentazione e la narrazione; la seconda richiede un coinvolgimento emotivo e intellettuale che va oltre lo scatto.

L’umiltà dello sguardo

Un aspetto che mi ha colpito profondamente nel documentario è l’umiltà di Scianna. Ricorda con estrema onestà i suoi inizi a Milano, ammettendo di “sprofondare nella propria ignoranza”.

Questa è una lezione enorme per i nostri tempi, dove tutto deve apparire subito perfetto e professionale. Partire dall’ammissione di non sapere è l’unico modo per mettersi in una posizione di ascolto e apprendimento. È proprio da quel vuoto che nasce la necessità di cercare maestri — non necessariamente fotografi, ma scrittori, registi e pensatori — che possano contaminare e arricchire la nostra visione.

Narrare, non solo mostrare

Scianna è stato definito dai suoi stessi amici “uno scrittore che usa la luce”. Che si trovi in un paesino sperduto della Sicilia o sul set di un servizio per Dolce & Gabbana, il suo approccio non cambia: lui mette in scena i suoi ricordi, le sue radici, la sua cultura.

Le sue foto per la moda sono diventate iconiche non perché mostrassero bene un abito, ma perché raccontavano un mondo (quello siciliano, fatto di ombre nette e geometrie umane) in modo così immersivo da renderlo universale.

Il tempo lungo della fotografia

Oggi siamo schiavi del tempo breve: l’uscita fotografica, il post immediato sui social, il like preventivo. Scianna, dall’alto dei suoi 84 anni, ci parla di un tempo diverso. Il tempo di una vita intera dedicata a un’idea.

Essere fotografi non è un’attività che si esaurisce nello scatto; è una condizione che dura tutta la vita. Significa attingere dai propri luoghi, dalle persone care e dalla propria cultura per capire, infine, cosa vogliamo dire noi al mondo.

In conclusione

Le fotografie migliori, dice Scianna con un pizzico di realismo idealista, forse non migliorano il mondo, ma quelle cattive sicuramente lo peggiorano, creando rumore e subcultura. La nostra responsabilità è dunque quella di produrre “cose buone”, immagini che abbiano un peso e un significato.

Vi invito a guardare il mio commento completo al docufilm nel video qui sotto e a riflettere insieme a me: per voi, oggi, la fotografia è ancora uno strumento per capire o è diventata solo un modo per apparire?

AUTORE

Francesco Verolino

In “The German Ideology,” Karl Marx fantasized about a society where you could hunt in the morning, fish in the afternoon, raise cattle in the evening, and play critic after dinner, just as the mood strucks, without actually becoming a hunter, a fisherman, a shepherd, or a critic. It was supposedly a rejection of work reducing a person to a single function, and a blow against dehumanization and conformity. How quaint. I’ve al…
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