“Quasi” agisce solitamente come un confine, un indicatore di insufficienza. Dire che qualcosa è “quasi” completo significa ammettere che è incompiuto; essere “quasi” belli implica un difetto. Nel linguaggio comune, suggerisce l’incapacità di raggiungere uno stato definitivo. Tuttavia, questo portfolio si riappropria dell’avverbio, spogliandolo di questa sua implicazione di mancanza per trasformarlo in una soglia percettiva.
Queste fotografie esplorano forme strutturali in bilico sul confine del riconoscimento. Non si tratta di edifici o costruzioni che cercano di dominare il paesaggio con identità marcate: sono immortalati in modo da sfumarne i contorni, fonderli con il contesto o ripeterne i motivi fino a sfidare ogni categorizzazione immediata. Qui l’architettura non si riferisce solo agli edifici fisici, ma anche alla costruzione dell’immagine stessa, alle geometrie, alla luce e alle ombre disposte in modo che il soggetto sia presente, ma elusivo.
Concentrandosi sul “quasi”, le immagini portano l’attenzione sul non visto: rifiutano la narrazione ovvia del soggetto a favore delle sfumature che si nascondono nelle zone grigie. L’indistinguibilità non è un difetto della fotografia, ma una sfida per l’osservatore: costringe lo sguardo a indugiare, alla ricerca del dettaglio di rottura che dia validità alla forma, per poi scoprire che il vero soggetto è l’ambiguità stessa.