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Architetture Quasi Indistinguibili

Cronache di un fotografo urbano seriale
Giovanni Stoto

9 Maggio 2026

7 Febbraio 2026

New York, Los Angeles, San Diego, Tokyo, Tashkent, Khiva, London, Barcelona, Valencia, Dublin, Naples, Jakarta, Doha

“Quasi” è un avverbio tipicamente usato per indicare che una qualità non è del tutto raggiunta.

Raramente viene associato a un concetto con una connotazione negativa.

Tuttavia, questo portfolio vuole dare importanza a ciò che non è immediatamente visibile all’occhio: come insegna la semiotica, il suo significato resta una responsabilità dell’osservatore.

“Quasi” agisce solitamente come un confine, un indicatore di insufficienza. Dire che qualcosa è “quasi” completo significa ammettere che è incompiuto; essere “quasi” belli implica un difetto. Nel linguaggio comune, suggerisce l’incapacità di raggiungere uno stato definitivo. Tuttavia, questo portfolio si riappropria dell’avverbio, spogliandolo di questa sua implicazione di mancanza per trasformarlo in una soglia percettiva.

Queste fotografie esplorano forme strutturali in bilico sul confine del riconoscimento. Non si tratta di edifici o costruzioni che cercano di dominare il paesaggio con identità marcate: sono immortalati in modo da sfumarne i contorni, fonderli con il contesto o ripeterne i motivi fino a sfidare ogni categorizzazione immediata. Qui l’architettura non si riferisce solo agli edifici fisici, ma anche alla costruzione dell’immagine stessa, alle geometrie, alla luce e alle ombre disposte in modo che il soggetto sia presente, ma elusivo.

Concentrandosi sul “quasi”, le immagini portano l’attenzione sul non visto: rifiutano la narrazione ovvia del soggetto a favore delle sfumature che si nascondono nelle zone grigie. L’indistinguibilità non è un difetto della fotografia, ma una sfida per l’osservatore: costringe lo sguardo a indugiare, alla ricerca del dettaglio di rottura che dia validità alla forma, per poi scoprire che il vero soggetto è l’ambiguità stessa.

Questo portfolio funge da esercizio semiotico: se il significante (l’immagine) si rifiuta di fornire un segnale chiaro e distinto, il significato diventa interamente responsabilità dell’osservatore. Le architetture non sono strutture passive da guardare: sono specchi.

Il significato non risiede nei mattoni, nel cemento o nella luce catturati nell’inquadratura, ma si costruisce nella mente di chi osserva, dimostrando che ciò che vediamo riguarda meno l’oggetto in sé e molto più chi siamo quando lo guardiamo.

AUTORE

Giovanni Stoto

Ne “L’Ideologia Tedesca”, Karl Marx fantasticava di una società in cui si potesse cacciare al mattino, pescare al pomeriggio, allevare bestiame la sera e fare il critico dopo cena, così, come ci gira, senza diventare mai un vero cacciatore, pescatore, pastore o critico. Era un rifiuto verso il lavoro che riduce l’individuo a una singola funzione, e un colpo contro la disumanizzazione e il conformismo…
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