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La dittatura di Pepsi

Guerra Fredda & Marketing
Giovanni Stoto

2 Maggio 2026

2 Maggio 2026

Tashkent (Uzbekistan) 2024

Passeggiando per le strade di Tashkent, emerge rapidamente un cortocircuito visivo grottesco: la città è un monopolio a cielo aperto. La Pepsi ha letteralmente colonizzato l’immaginario e lo spazio pubblico.
Persino l’ingresso del Magic City, il principale parco divertimenti, è dominato da un logo Pepsi colossale, incastonato nell’architettura come un vero e proprio monumento di regime.

Dietro questa egemonia c’è la lunga scia della Guerra Fredda.
Nel 1974 la Pepsi entrò per prima in Unione Sovietica. Per aggirare l’inconvertibilità del rublo, i sovietici pagarono l’azienda prima in vodka e poi, alla fine degli anni ’80, barattarono la fornitura persino con un’intera flotta di sottomarini e incrociatori militari. L’Uzbekistan produce la bevanda localmente da decenni, blindando un’abitudine di consumo oggi impossibile da scardinare.
La Coca-Cola, di contro, ha un passato locale decisamente torbido.
Negli anni ’90 il governo uzbeko espropriò le redditizie fabbriche di imbottigliamento ai fondatori americani per consegnarle, di fatto, alla figlia dell’allora dittatore Karimov. Aggiungendo a questo le attuali condizioni commerciali, molto più aggressive e vantaggiose, garantite dalla Pepsi ai distributori locali, la partita è chiusa.

C’è una foto che è la sintesi cinica perfetta di questa sproporzione.
Un negozio sfoggia fiero l’insegna “Coca-Cola Market”, ma le vetrine sottostanti sono un monolite di enormi poster della Pepsi. È l’immagine definitiva del mercato a Tashkent: la Coca-Cola è solo un nome sbiadito per attirare l’attenzione, ma è la Pepsi a possedere letteralmente la vetrina.

AUTORE

Giovanni Stoto

Ne “L’Ideologia Tedesca”, Karl Marx fantasticava di una società in cui si potesse cacciare al mattino, pescare al pomeriggio, allevare bestiame la sera e fare il critico dopo cena, così, come ci gira, senza diventare mai un vero cacciatore, pescatore, pastore o critico. Era un rifiuto verso il lavoro che riduce l’individuo a una singola funzione, e un colpo contro la disumanizzazione e il conformismo…
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